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BEAUTY NEWS

Still Here by Dimitri Hyacinthe and Ana Tess
Top - Balmain
Puffer - Proenza Schouler Headpiece By Eric Javits
Top - Balmain Puffer - Proenza Schouler Headpiece By Eric Javits
Dimitri HyacintheDimitri HyacintheShirt, Skirt - all Gabriela Hearst Hat - Kenzo
Boots - Jil Sander
Tights - Falke
Rings - Jennifer Fisher
Rings with faces - Brenna Colvin
Shirt, Skirt - all Gabriela Hearst Hat - Kenzo Boots - Jil Sander Tights - Falke Rings - Jennifer Fisher Rings with faces - Brenna Colvin
Dimitri HyacinthePuffer - Angel Chen for Canada Goose Jumpsuit, bags worn as necklace - all Max Mara
Earring - Chloe
Boots - Sacai
Headpiece by Takuya Yamaguchi
Puffer - Angel Chen for Canada Goose Jumpsuit, bags worn as necklace - all Max Mara Earring - Chloe Boots - Sacai Headpiece by Takuya Yamaguchi
Dimitri HyacintheJacket, Pants, Boots - all Sacai
Jacket, Pants, Boots - all Sacai
Dimitri HyacintheTop - Angel Chen Earring - Chloe
Top - Angel Chen Earring - Chloe
Dimitri HyacintheJacket, Dress, Boots - all Jil Sander Tights - Falke
Jacket, Dress, Boots - all Jil Sander Tights - Falke
Dimitri HyacintheTop, Pants - all Schiaparelli Shoes - Jil Sander
Top, Pants - all Schiaparelli Shoes - Jil Sander
Dimitri HyacintheDress - Monot Headpiece By Eric Javits
Dress - Monot Headpiece By Eric Javits
Dimitri HyacintheDimitri HyacintheDimitri HyacinthePuffer, Shorts - all Fendi Top - Angel Chen
Shoes - Giambattista Valli Tights - Falke
Puffer, Shorts - all Fendi Top - Angel Chen Shoes - Giambattista Valli Tights - Falke
Dimitri HyacinthePuffer - Proenza Schouler
Jacket, Pants - all Stella McCartney Top - Balmain
Shoes - Alexander Wang
Tights - Falke
Headpiece By Eric Javits
Puffer - Proenza Schouler Jacket, Pants - all Stella McCartney Top - Balmain Shoes - Alexander Wang Tights - Falke Headpiece By Eric Javits
Dimitri HyacinthePuffer - Proenza Schouler
Jacket, Pants - all Stella McCartney Top - Balmain
Shoes - Alexander Wang
Tights - Falke
Headpiece By Eric Javits
Puffer - Proenza Schouler Jacket, Pants - all Stella McCartney Top - Balmain Shoes - Alexander Wang Tights - Falke Headpiece By Eric Javits
Dimitri HyacintheJacket, Pants, Top - all Jason Wu Hat, Scarf - all Nina Ricci
Rings - Jennifer Fisher
Shoes - Alexander Wang
Tights - Falke
Jacket, Pants, Top - all Jason Wu Hat, Scarf - all Nina Ricci Rings - Jennifer Fisher Shoes - Alexander Wang Tights - Falke
Dimitri HyacintheDimitri HyacintheCoat - Proenza Schouler Dress - Giambattista Valli Bag - Stella McCartney Shoes - Kenzo
Coat - Proenza Schouler Dress - Giambattista Valli Bag - Stella McCartney Shoes - Kenzo
Dimitri HyacintheDimitri HyacintheDress - Balmain
Shoes - Stella McCartney
Dress - Balmain Shoes - Stella McCartney
Dimitri HyacintheDress - Balmain
Shoes - Stella McCartney
Dress - Balmain Shoes - Stella McCartney
Dimitri HyacintheCoat - Nina Ricci
Shirt, Jumper - all Dries Van Noten Headpiece By Eric Javits
Coat - Nina Ricci Shirt, Jumper - all Dries Van Noten Headpiece By Eric Javits
Dimitri Hyacinthe

About

She stays in the city of concrete Like a monument that won't defeat Days like birds are passing by She's still loyal to her home Where no traces of her feet Remains her soul repeats the motive of concrete Still here, like a pillar, holding the sky in the fist

Team credits

Photographer Dimitri Hyacinthe @photodimitri

Talent Veronika Vilim at The Lions @thelionsny

Wardrobe Stylist Ana Tess @ana.tess

Make-up Artist Alex T @alextbeauty

Hairstylist Takuya Yamaguchi @tak8133

Stylist Assistant Reni DeJesus @reni.donline

Bio

Ana was born in Moscow and graduated from the Faculty of Journalism of Lomonosov Moscow State University. She began her styling career at Tatler, Conde Nast Russia, but took an opportunity to continue her modeling career after graduation. By virtue of modeling, Ana has worked on almost all continents - from Asia to America, settled in between New York and Paris. She’s mingling two careers on different continents. Ana’s work has been published in Document Journal, Harper’s Bazaar KZ, L’Officiel Singapore, Puss Puss, The Impression Magazine, Cap 74024, Off The Rails, Tatler, Nylon, and others.

Dimitri Hyacinthe is a New York based Haitian-American fashion photographer. His photos are an expression of honest, raw emotion often told through the eyes of his subject. They are, in fact, not about a form but an indelible moment that has been captured in time. He has contributed to many international magazines such as I-d, AnOther, Interview, DOCUMENT, Harper’s Bazaar KZ, Russh and Dansk, to name a few.



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Alessandro Fasolo, come può ripartire il menswear dopo un anno come il 2020? In un anno come il 2020, dove l’emergenza sanitaria del Covid-19 ha portato significativi cambiamenti nel settore del fashion-luxury, i brand che riusciranno a superare brillantemente il periodo saranno quelli che meglio sapranno interpretare lo zeitgeist, rimanendo consistenti con il proprio DNA e le proprie radici. L’adattabilità, la customer intimacy e la digitalizzazione del modello operativo sono, a mio avviso, i principali driver di questo cambiamento e avranno un impatto diretto sia sullo sviluppo di prodotto, ma anche sul modello di business e sulla supply chain. Per quanto riguarda lo stile e il prodotto, il 2020 ha accelerato il fenomeno della casualisation, con una flessione della domanda per il formal ed evening-wear a favore dell’informal clothing. Questo fenomeno era già stato anticipato dall’attestazione dello streetwear, che però nel 2020 ha lasciato il passo all’activewear, agevolato anche dallo smart working. Anche noi in Cruna abbiamo risposto a questa nuova domanda con il lancio della nostra nuova linea Active, scegliendo però di allontanarci dal concetto di sportswear, distante dalla nostra anima aziendale, ma approcciandoci verso lo smart-casual, ovvero prodotti dall’aspetto formale-informale, con materiali a elevato contenuto tecnico, hyper-comfort e alto valore intrinseco, con un sapore internazionale e cutting edge. Dal punto di vista di sistema e di supply chain, la filiera corta e lo stretto legame con i tanti produttori artigiani italiani che hanno contribuito alla ricchezza del sistema Moda Italia e che ci consentono con flessibilità e qualità di distribuire prodotti 100 per cento made in Italy nel mondo, sono alla base di un modello di business responsive che meglio si adatta alle esigenze dei clienti e alle opportunità che in momenti come questi si possono cogliere sul mercato. Parallelamente, la digitalizzazione del processo produttivo e la tracciabilità del prodotto possono consentire significative ottimizzazioni di costo e continui incrementi nella qualità.

Com’è cambiato il vostro modo di lavorare e progettare? Ci sono nuovi strumenti che non pensavate di utilizzare e ora sono parte del vostro quotidiano? La digital transformation è uno dei driver principali del cambiamento. La possibilità di lavorare da casa, la presentazione e la vendita delle collezioni tramite canali digitali e la moltitudine di touch point digitali hanno cambiato strutturalmente la nostra industry. Basti pensare che entro il 2025 si prevede che l’online diventerà il primo canale di vendita, arrivando a pesare il 30 per cento di tutte le transazioni effettuate nel mercato moda. Questo ha sfocato i confini tra le vendite sul canale digitale e l’esperienza nel negozio retail, modificando come il consumatore pensa all’acquisto e ne percepisce l’esperienza. L’interazione tra canale fisico e canale digitale ha sviluppato il cosiddetto “phy-gital mindset”, ovvero l’attitudine del consumatore a vivere il canale fisico come un canale esperienziale, dove scoprire i prodotti, testare la qualità e farsi guidare dal negoziante nella scoperta di nuovi brand e nuove proposte di stile, mentre percepire il canale digitale come quello per gli acquisti abituali e ripetitivi. Proprio su questo principio anche noi stiamo mettendo a punto una strategia per il canale digitale lontana dalla logica di canale sostitutivo al retail, ma piuttosto come strumento abilitatore di una strategia a supporto dei nostri partner commerciali, in un’ottica di sviluppo omnichannel che consente di comunicare meglio i valori del brand e fidelizzare il cliente. Parallelamente allo sviluppo digitale, questa crisi sanitaria ha evidenziato come il rapporto umano e la fiducia tra attori del settore sia ancora più rilevante per gestire con intelligenza e progettualità la situazione congiunturale che stiamo vivendo. Durante i periodi di minor intensità del virus, abbiamo incontrato tutti i principali stakeholder della nostra filiera, da fornitori a clienti, e abbiamo stretto legami ancora più forti con i nostri partner condividendo strategie e piani di lavoro post-lockdown. Abbiamo voluto far sentire la filiera unita, facendo emergere e valorizzando il supporto reciproco e la cooperazione come fattori chiave per il successo.

Cosa pensa tornerà come prima nel vostro business e cosa invece non sarà mai più lo stesso? Credo che in generale ci sia una gran voglia di tornare alla normalità, certamente a una nuova normalità. Credo che i consumi torneranno presto a una situazione di nuovo equilibrio, anche perché, per quanto riguarda il nostro settore, l’esperienza in-store, il contatto con il personale di vendita, il desiderio di ricerca fisica e di sensazione materica del prodotto non potranno essere sostituiti dal mondo digitale. Tuttavia, ci sono alcune aree del settore che dovranno trovare un nuovo punto di stabilità. Probabilmente i settori fieristici dovranno essere ripensati, così come il calendario della moda dovrà probabilmente trovare un nuovo assetto, accorciando i lunghi tempi delle main collection e lasciando più spazio a uscite più frequenti che meglio interpretano le esigenze dei consumatori in momenti specifici. Ciononostante, l’obiettivo chiave deve essere quello di tornare a dare valore al prodotto, orientati a una crescita sana e sostenibile, diversamente da quanto accaduto negli ultimi anni principalmente nel segmento del mass market, tipico del fast-fashion, che ha portato alla massificazione del prodotto e a un esubero di stock. La vera sostenibilità del prodotto sta nel dare valore a ogni singola creazione, creando capi dall’alto valore intrinseco ed emozionale, ricreando il senso di stupore di fronte a una nuova proposta e di benessere per chi la indossa.

Cosa salverebbe di questi 12 mesi? La motivazione al cambiamento. Questo periodo è stato per molti un incentivo al cambiamento, un modo, anche, per lasciare spazio ai nuovi motori, ai nuovi modelli operativi e ai talenti emergenti che hanno saputo acquisire credibilità e quindi anche spazi di mercato. Per noi in Cruna questo cambiamento è partito dall’introspezione aziendale, la vicinanza con i collaboratori e il rafforzamento delle relazioni con i nostri partner. Questo periodo di minori viaggi e di maggiore tempo speso per generare nuove idee e gestire il cambiamento, ha rafforzato lo spirito di team che si è sentito vicino più che mai all’azienda portando risultati unici nell’innovazione di processo e di proposta di stile.



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Paolo Xoccato, come può ripartire il menswear dopo un anno come il 2020? La ripartenza sarà un processo abbastanza lungo, prevedibile a partire dalla prossima stagione autunno-inverno. Il consumatore deve ricominciare ad avere sicurezza del presente e fiducia nel futuro tornando al proprio stile di vita con una consapevolezza nuova. Compito delle aziende sarà quello d’intercettare questo probabile aggiornamento dei bisogni offrendo prodotti ed esperienze in linea con le nuove esigenze.

Com’è cambiato il vostro modo di lavorare e progettare? Ci sono nuovi strumenti che non pensavate di utilizzare e ora sono parte del vostro quotidiano? Lavoriamo in modo più concreto, senza lasciar spazio alla ridondanza nelle proposte. Il confronto in team, in presenza o virtuale, assume un ruolo determinante nello svolgimento dei processi. Ci siamo abituati a condividere idee e progetti fra attori lontani centinaia, migliaia di chilometri lavorando come se fossimo tutti in presenza. Sicuramente manca un contatto personale, una fisicità che è importante, ma la possibilità di annullare le distanze, in un mondo come il nostro, è un buon punto di partenza e abbiamo visto che può funzionare.

Cosa pensa tornerà come prima nel vostro business e cosa invece non sarà mai più lo stesso? Credo che del prima non resterà molto se lo pensiamo in modo immediato. Sicuramente rimarranno la tradizione e il know how, il passato che rende possibile e vincente il presente e il futuro. Superare questo periodo è una grande prova per le aziende che quotidianamente si adattano a situazioni in continuo cambiamento. Del prima rimarranno i valori sani sui quali alcuni hanno creato i loro progetti, fondamentali per attraversare momenti difficili e per essere traghettati verso un nuovo sviluppo etico e sostenibile portando, ci auguriamo, a una profonda innovazione verso una filiera molto più efficiente, consapevole, attenta alla gestione delle scorte e alla segmentazione dell’offerta.

Cosa salverebbe di questi 12 mesi? L’aver imparato a rimettere in discussione i propri progetti, non stancandoci mai di ripartire a farlo. L’aver condiviso l’importanza di lavorare in gruppo, insieme, convinti di essere in questo modo più forti.



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Roberto Ricci, come può ripartire il menswear dopo un anno come il 2020? Tutto il business ha imparato qualcosa dal 2020. Il menswear troverà un suo modo di essere reinterpretato dalle aziende e, a caduta, dai consumatori. Andrà in direzione dell’innovazione, però portata sempre avanti in maniera corretta. Ripartire significherà proporre novità che siano, dal punto di vista della qualità, effettivamente apprezzabili. Nella qualità il menswear saprà esprimersi in maniera migliore. Il Covid ci ha insegnato che correre troppo porta verso il baratro, serviranno invece tempi normali per percorrere una strada sostenibile che conduca nel futuro.

Com’è cambiato il vostro modo di lavorare e progettare? Ci sono nuovi strumenti che non pensavate di utilizzare e ora invece sono parte del vostro quotidiano? Non si è stravolto granché. Da tempo usiamo strumenti digitali per vedere le preview dei capi o esaminare le finiture particolari di un tessuto. È mutato forse il modo di comunicare, come tutti ci giostriamo tra incontri su Meet, Skype, WhatsApp. Ci troviamo tra di noi in maniera più semplice. E pure la presentazione delle collezioni in maniera virtuale aiuta, si ottiene comunque un ottimo risultato. Chiaro che non tutto può essere rimpiazzato, penso però che l’utilizzo di certi strumenti non si perderà.

Cosa pensate tornerà come prima nel vostro business e cosa invece non sarà mai più lo stesso? I prodotti belli continueranno a vendersi meglio di quelli brutti. La qualità viene e verrà sempre apprezzata, il settore sa riconoscerla. Questo è un mondo in cui non si può improvvisare.

Cosa salverebbe di questi 12 mesi? La necessità di affrontare il periodo di crisi mette a dura prova i rapporti. Consolida quelli importanti, li cementa, in parallelo disgrega i legami che non funzionano. È un modo per fare chiarezza. La routine finisce per suggerire di lasciar correre, il cambiamento diventa un momento di analisi, di bilanci, di svolte.



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Michele Carillo, come può ripartire il menswear dopo un anno come il 2020? Il passato ci insegna che dopo ogni rivoluzione e i grandi momenti storici – il 2020 sarà ricordato tra questi – ci sono cambiamenti radicali anche nel modo di vestirsi e in tutta la catena produttiva del comparto. Le modalità di questi cambiamenti, e quindi della ripartenza, ancora non sono chiare e definite, ma quello che è certo è che le aziende di moda che vorranno proiettarsi nel futuro dovranno puntare molto di più sull’insieme di valori che caratterizzano i propri marchi, sulla costruzione di un rapporto solido con i propri clienti e comunicando un’immagine di sé che vada oltre il semplice prodotto.

Com’è cambiato il vostro modo di lavorare e progettare? Ci sono nuovi strumenti che non pensavate di utilizzare e ora sono parte del vostro quotidiano? Le modalità di progettazione seguono sempre una policy aziendale ben precisa, tuttavia non possono non tener conto dei nuovi input che vengono dagli sviluppi recenti: maggiore attenzione all’ambiente, esigenze di capi e tessuti comfort, fit più easy e destrutturati. Certamente la mobilità si è ridotta tantissimo in questo periodo, penalizzando la ricerca e la visione ravvicinata dei prodotti nei diversi mercati. Ciononostante, le tecnologie che consentono meeting e call a distanza hanno permesso di non perdere il polso del mercato né con la rete vendita, né con il canale wholesale, anzi consentendo di attingere preziose informazioni per lo sviluppo del prodotto. E sicuramente nel futuro ci sarà ancora tanto streaming, non solo per le sfilate, anche per tanti altri eventi di settore.

Michele Carillo
Michele Carillo

Cosa pensa tornerà come prima nel vostro business e cosa invece non sarà mai più lo stesso? Di sicuro tornerà il perenne desiderio di acquistare bei capi d’abbigliamento, probabilmente comprando meno ma spendendo di più per vestiti dal gusto artigianale, di maggiore qualità e durata, anche meno legati alle mode del momento. Di contro, saranno ripensate e rallentate tutte le tempistiche del comparto, dalla presentazione delle collezioni alla permanenza delle stesse nei negozi. Cambierà anche il modo di comunicare, che dovrà essere più attuale e moderno, trasmettendo soprattutto piacere e positività.

Cosa salverebbe di questi 12 mesi? Salverei quello che questo virus, senza nemmeno saperlo, ci sta regalando: una nuova percezione del tempo che ognuno di noi ha a propria disposizione. Prima di questa inattesa quanto devastante esperienza, il tempo non bastava mai a nessuno, correvamo tutti come matti per non farcene avanzare mai un pochino. Oggi, quello stesso tempo ha un valore diverso, che dovremmo saper gestire al meglio, che sia per i nostri affetti, per le nostre passioni e ovviamente per il nostro lavoro futuro.



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Nel corso della sua ormai ventennale collaborazione con Vitra, Arik Levy ha lasciato il suo segno soprattutto con una variegata gamma di arredi per ufficio, supervisionando inoltre anche diversi altri progetti. Risale a 10 anni fa una piccola variazione sul tema quando presentò Toolbox. Nomen omen perché, sempre rimanendo in ambito lavoro, proprio di una cassetta per gli attrezzi si tratta. Un oggetto giustamente senza fronzoli, orgogliosamente normale, questo di Levy, parla da sé, con i suoi scomparti facili da raggiungere, senza pesanti sportelli metallici, con dimensioni che permettono di riporlo facilmente in un armadio, così come di portarselo appresso, piuttosto che tenerlo a portata di mano sul piano di lavoro. 

Non serve ovviamente né al vostro idraulico, né all’elettricista che continueranno ad arrivare nelle vostre case con borsoni esorbitanti e spacca schiena, ma è perfetto per praticità e leggerezza nell’uso casa/ufficio: un vero strumento tecnico-domestico destinato, come si diceva una volta, a grandi e piccini. A renderlo meno “meccanico”, almeno alla vista, è la palette di colori della plastica abs con cui è stampato; sono per lo più sobri – bianco, nero, blu, grigio – ma c’è anche un bel arancio, un verde menta e persino il rosa pallido. Novità di quest’anno è la versione RE: la sigla indica che la plastica utilizzata è riciclata (proviene dal recupero di imballaggi perché di plastiche riciclate ce sono di varie provenienze, qualità e performance) e alla fine del suo ciclo potrà essere totalmente recuperata. Novità che conferma l’attenzione di Vitra alla sostenibilità e responsabilità, come già dichiarava la versione della seduta Tip Top RE di Barber e Osgerby sempre in plastica riciclata. 

Colore a senso unico rimane il grigio, cioè la nuance naturale del materiale riciclato come anche testimoniano le lievi, ma percettibili variazioni cromatiche. Un tempo sarebbero state dei difetti inammissibili, oggi le  “imperfezioni” sono un pregio, testimoni della qualità del materiale. Toolbox RE per ora è solo fino a fine 2021. Poi, si vedrà. Non c'è che da augurarle il successo che merita e una brillante cartella colori (arriverà, è solo questione di tempo).



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Lorenzo Osti, come può ripartire il menswear dopo un anno come il 2020? Senza sottovalutare l’impatto economico globale, che diminuirà la capacità di spesa della maggior parte delle persone, credo che quando la pandemia finirà il settore ripartirà da solo: le persone avranno voglia di rinnovarsi e torneranno a comprare, anche se con una maggiore attenzione alla qualità e al prezzo dei prodotti. Credo però che, nel frattempo, sia nostro dovere imparare tutto quello che possiamo da questa terribile esperienza per migliorarci come industria e nello stare vicino ai nostri consumatori.

Com’è cambiato il vostro modo di lavorare e progettare? Ci sono nuovi strumenti che non pensavate di utilizzare e ora sono parte del vostro quotidiano? Il nostro modo di lavorare è cambiato: come è per tutti siamo al telefono o in videocall per la maggior parte del tempo. Stiamo imparando a trarre il massimo da questo nuovo modo di collaborare. Lavorando con la materia siamo sicuramente penalizzati, ma questa emergenza ci ha anche permesso di accelerare sulla digitalizzazione e a migliorare tutta la user experience digitale.

Lorenzo Osti
Lorenzo Osti

Cosa pensa tornerà come prima nel vostro business e cosa invece non sarà mai più lo stesso? Spero di sbagliarmi, ma penso che i cicli della moda, che si è sperato e tentato di riallineare alla stagionalità naturale, torneranno purtroppo quelli di prima. A meno di una scelta politica sulle date dei saldi. Quello che non avremo più invece è il contributo di tanti piccoli brand e aziende che rischiano di non riuscire a superare questa crisi.

Cosa salverebbe di questi 12 mesi? Più famiglia, meno viaggi.



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Pino Lerario, come può ripartire il menswear dopo un anno come il 2020? La ripresa sarà un po’ dura per il comparto fashion in generale, ma se si avranno nuove proposte per quanto riguarda lo stile e i materiali, si riuscirà senz’altro a emozionare di nuovo i nostri amati clienti.

Com’è cambiato il vostro modo di lavorare e progettare? Ci sono nuovi strumenti che non pensavate di utilizzare e ora sono parte del vostro quotidiano? Negli scorsi mesi abbiamo dovuto ripianificare e rivedere le nostre strategie di vendita per fare fronte alla limitazione negli spostamenti, nell’ottica del rispetto delle norme per contrastare la diffusione del virus. Perciò, abbiamo adottato strumenti di condivisione digitali per poter mostrare la nostra collezione, seppur solo virtualmente, a quei buyer, soprattutto stranieri, che non hanno potuto viaggiare. Un approccio totalmente nuovo e inusuale per noi, da sempre convinti dell’importanza di dover toccare con mano i nostri capi per coglierne appieno tutte le sfaccettature.

Cosa pensa tornerà come prima nel vostro business e cosa invece non sarà mai più lo stesso? Credo che torneremo a far bene come prima, cambiando un po’ l’immagine dei nostri prodotti. Ma per raggiungere i risultati ottenuti prima della crisi generata dal coronavirus, penso che ci vorranno almeno quattro stagioni.

Cosa salverebbe di questi 12 mesi? Salverei la grande forza di sacrificio di noi italiani.



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«Dobbiamo comprare materie prime e programmare una stagione mentre siamo sotto i bombardamenti. E lo facciamo in vista di un periodo in cui non sappiamo se quei bombardamenti saranno finiti oppure no». Claudio Marenzi, numero uno di Herno e presidente di Pitti Immagine, sceglie una metafora bellica per descrivere la sfida che sta vivendo la moda: «Il nostro è un settore dal ritmo ciclico, in cui un periodo negativo influisce sul successivo. Gli acquisti per settembre si fanno ora, tra gennaio e febbraio. Siamo costretti a giocare d’anticipo nel momento peggiore per individuare una strategia».

Qual è la soluzione? Essere pronti e rapidi, contraddire i segnali che si ricevono, pur rimanendo consapevoli che il 2021 non sarà l’anno del recupero di tutto quello che è stato perso nei mesi scorsi. Dovremo portare all’esasperazione l’idea del just in time, adeguarci in fretta alla domanda mutevole del mercato, puntare sulla flessibilità. In sintesi, accelerare un cambiamento epocale dei processi produttivi.

Cambierà altrettanto il modo di costruire e vivere le fiere? Il 2020 è stato, giocoforza, l’anno del trionfo del digitale. Al di là dell’importanza del prodotto fisico, del contatto con il tessuto, le fiere sono imprescindibili per un sistema tanto variegato dimensionalmente. Non sono determinanti per i marchi principali, nonostante ne siano i primi attori, ma per tutte le piccole e medie imprese che hanno quell’unico momento per raccontare le loro creazioni a un’abbondante quantità di potenziali acquirenti e alla stampa. Le fiere aiutano chi non lo è a diventare grande, sono alla base di un movimento osmotico vitale.

Un altro vincente nella pandemia è stato l’e-commerce. Non rallenterà, dovremo concentrarci sull’omnicanalità, su una convergenza tra il negozio fisico e quello virtuale. Inoltre, bisognerà focalizzarsi su una dimensione locale perché impiegheremo diversi anni prima di tornare a un movimento di persone di una portata paragonabile a prima del virus. I cinesi compreranno di più in Cina, i russi in Russia e così via. Occorrerà rivedere il mix dei prodotti all’interno degli store.

Davanti al futuro lei è ottimista o pessimista? C’è un bel libro, Factfulness, che dati alla mano dimostra come il mondo, preso nella sua totalità, sia sempre stato in crescita. Qualsiasi presente ha sempre saputo essere meglio del passato.



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Edoardo Fassino, come può ripartire il menswear dopo un anno come il 2020? La ripartenza purtroppo non dipenderà esclusivamente dal nostro operato, ma soprattutto dal contesto socioeconomico in cui ci troveremo a operare. Detto questo, noi dovremo fare la nostra parte, cercando di venire incontro alle nuove necessità emerse durante questo difficile momento. Ciò che non dobbiamo fare è dare tutto per scontato: il mondo e di conseguenza il nostro settore è cambiato di più in questi ultimi nove mesi rispetto a tutto il decennio precedente.

Com’è cambiato il vostro modo di lavorare e progettare? Ci sono nuovi strumenti che non pensavate di utilizzare e ora sono parte del vostro quotidiano? Non si è trattato di un vero e proprio stravolgimento nel nostro modo di lavorare, quanto piuttosto di un adattarsi al contesto e alle sue evoluzioni. L’azienda non ha mai smesso di lavorare, e parlo in prima persona. Siamo sempre stati vicini ai nostri clienti portando avanti l’attività in smart working e non ci siamo fermati con l’ideazione della collezione. Nonostante ci abbiano comunicato la chiusura nel mese di novembre di alcuni negozi nelle aree più colpite dal virus, abbiamo presentato a tutta la rete vendita mondiale, rigorosamente da remoto e con l’aiuto delle tecnologie digitali, le pre-collezioni AI21/22. Questa situazione ci sta facendo capire che alcune attività possono essere gestite diversamente, e con un risultato forse migliore. Per la campagna vendite, ad esempio, abbiamo già implementato e sperimentato con successo un virtual showroom per facilitare la vendita da remoto, su cui potremo contare ancora una volta in caso di necessità.

Cosa pensa tornerà come prima nel vostro business e cosa invece non sarà mai più lo stesso? Non credo si potrà più tornare indietro come se nulla fosse: ci aspettano senza dubbio mesi complicati, ma dobbiamo cogliere l’opportunità per prendere ciò che di buono e di utile ci ha insegnato l’impatto dei questa emergenza sanitaria sul nostro settore. Da una parte, molte attività saranno gestite ormai diversamente, in certe situazioni in modo più snello, dalla filiera produttiva fino alla vendita B2B. Dall’altra, è indubbio che la mentalità del consumatore finale stia subendo un certo cambiamento, che in parte era già in atto, ma è stato a mio avviso amplificato dalla pandemia: immagino che, passato il momento di emergenza che stiamo vivendo, le persone avranno maggiore consapevolezza rispetto a ciò che acquistano. Il nostro cliente finale è già un consumatore attento al dettaglio e alla qualità, e questa evoluzione del mercato potrebbe in realtà trasformarsi in un vantaggio per un brand come il nostro.

Cosa salverebbe di questi 12 mesi? Forse il fatto di essere diventati tutti più rispettosi, attenti e solidali, anche sul posto di lavoro. Sono sicuramente momenti di grande tensione e preoccupazione, ma cerchiamo di affrontare il periodo nel miglior modo possibile, dando il massimo per superarlo e cercando di trarne un insegnamento per ripensare il futuro della nostra azienda e del settore moda.



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brexit pictures_01.jpgColin Pantallbrexit pictures_02.JPGColin Pantallbrexit pictures_03.JPGColin Pantallbrexit pictures_04.JPGColin Pantallbrexit pictures_05.JPGColin Pantallbrexit pictures_06.JPGColin Pantallbrexit pictures_07.JPGColin Pantallbrexit pictures_09.JPGColin Pantallbrexit pictures_08.JPGColin Pantallbrexit pictures_10.JPGColin Pantallbrexit pictures_11.JPGColin Pantallbrexit pictures_12.JPGColin Pantallbrexit pictures_13.JPGColin Pantallbrexit pictures_14.jpgColin Pantallbrexit pictures_15.jpgColin Pantallbrexit pictures_16.JPGColin Pantallbrexit pictures_17.JPGColin Pantall


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Massimo Gianfrate, come può ripartire il menswear dopo un anno come il 2020? Vorrei trovare una risposta da sogno come nella canzone L’anno che verrà di Lucio Dalla, ma credo che se ci fosse la possibilità di far rientrare il mondo dell’abbigliamento nelle categorie fiscalmente detraibili, per i clienti sarebbe un importante incentivo all’acquisto. Da un punto di vista più emozionale, punterei invece sul rapporto tra brand e negozi multibrand, aprendo una fase ricca di open day, focus esperienziali in boutique, arricchiti dall’experience dei protagonisti dei marchi. Sarà importante ridare stimoli all’acquisto che maturino da qualità e bellezza.

Com’è cambiato il vostro modo di lavorare e progettare? Ci sono nuovi strumenti che non pensavate di utilizzare e ora sono parte del vostro quotidiano? Posso affermare con certezza che in un momento in cui l’evoluzione della pandemia da Covid-19 ha costretto tutti noi a cambiare drasticamente le nostre abitudini di vita, le iniziative digitali hanno subito un incremento rilevante sia nell’ambito professionale che nella sfera personale. Ho rilevato anche l’esigenza di un maggior contatto tra gli interlocutori a monte e a valle della filiera. «Vedersi» continua a essere una priorità per la maggior parte di noi e in questo momento in cui la mobilità è difficile, le videocall, per fare un esempio, sono diventati strumenti essenziali. Nel nostro settore è stata molto importante anche la digitalizzazione delle cartelle colori e di tutti i nostri modelli. I nostri esperti tecnici si sono dati molto da fare per metterci nelle condizioni di usare in modo smart gli strumenti digitali.

Cosa pensa tornerà come prima nel vostro business e cosa invece non sarà mai più lo stesso? Tornerà a essere premiato il prodotto eccellente, senza sbavature. Mi auguro possa rinascere l’abitudine del buon gusto nel vestire, che nel menswear gli uomini riprendano a scegliere bene e con consapevolezza. Credo sarà sempre più difficile per il mercato, o meglio non sarà più ammissibile, accettare atteggiamenti e proposte di poca qualità. Credo che questo particolare momento storico abbia aiutato a connetterci maggiormente con ciò che è essenziale e ci proietti verso il futuro, oltre che con una nuova consapevolezza, con nuovi mezzi e metodologie.

Cosa salverebbe di questi 12 mesi? L’emergenza ha avuto molti lati negativi, ma è importante guardare anche a quelli positivi per permetterci di essere ancora più forti e consapevoli di prima. Ho percepito grande vicinanza e solidarietà verso le persone in difficoltà, oltre alla voglia di rimettersi in piedi e non mollare mai. Tutti noi abbiamo avuto a disposizione maggior tempo da dedicare a noi stessi, ai nostri cari. Ci siamo ritrovati con piccoli gesti quotidiani, ormai persi perché spesso fagocitati dalla velocità con cui viviamo la nostra normalità. È stato un incitamento a una nuova umanità, un rinnovamento non solo personale, ma anche sociale. Pensiamo alla predominanza delle fake news o all’esaltazione delle bad news di questo ultimo periodo. Mi auguro che l’uomo torni a meravigliarsi dei numerosi capolavori che il made in Italy offre.



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Colin Pantall is a photographer, writer, and educator based in England. And as a British citizen, he’s starting to live the consequences of Brexit firsthand. That’s why he recently published Brexit Pictures, a newspaper (already sold-out) whose tagline is “'you won't like it, it doesn't make sense, it's a waste of money” – and that should be enough to convey the feeling of his project.

Inspired by the British countryside, Colin Pantall realized a series of images that encapsulate Brexit both in terms of a romanticized but harassed landscape – a vision of Britain's past, its sordid present, and its doomed future.

Read our Q&A with Colin Pantall to learn more.

Brexit Pictures • Colin Pantall
Colin PantallColin PantallColin PantallColin PantallColin PantallColin PantallColin PantallColin PantallColin PantallColin PantallColin PantallColin PantallColin PantallColin PantallColin PantallColin PantallColin Pantall

How did the idea of Brexit Pictures come about? And when did you say yourself “Ok let’s make a book out of it”? The idea started in 2019 when the Brexit meaningful votes in the UK were in full force. It was a stress-filled time when watching parliament on TV suddenly became a national pastime. It was a drama filled with liars, cheats, charlatans, and an incipient xenophobia.

I have an allotment in the constituency of Jacob Rees-Mogg. He’s one of the cheerleaders for Brexit, a rather ill-fitting character who thinks he’s Saville Row but is more H&M (google his name and suit), the kind of character Dickens wrote out of his novels for being too compromised by his own venality. He was on the news everywhere, and this inspired me to start doing very sarcastic posts on my Instagram account as a response using everyday images from around the allotment that connected loosely to the emotions involved in Brexit and the places they both came from and would lead to.

Then the nostalgia, the fantasy, the idealised sense of an English history and identity started linking into the images, the landscapes in particular. Brexit Pictures is essentially a book of landscape pictures, of a landscape that is enclosed, fenced, controlled, poisoned, divided, and still romanticised because it’s all we have got.

There was this threadbare scarecrow of Theresa May that appeared in the allotment during the election of 2017. It decayed over a matter of weeks and I photographed it constantly. That gave me the idea of making a publication, but I delayed until quite late.

At the beginning of last year, I wrote about Mark Duffy, who used to be the Houses of Parliament photographer until he was fired for misconduct (possibly the only person fired in parliament because of Brexit). His in-house pictures of the Brexit negotiations had appeared in newspapers around the world, but he got fired from his job, mounted a fabulous exhibition, and got raided by police for his troubles. I loved the humour he used despite the harassment, doubt, and pain he had been put through. There was also an edge to his work, and that made me realise how little photography there was that reflected the psychotic dysfunction of the Brexit process. So late September I decided to make Brexit Pictures. It was then that I got in touch with a designer, Megan Gallacher, and we started the design process a couple of months later in November. The last minute, haphazard nature of the whole process fits the nature of Brexit.

Can you tell me more about the process of choosing the pictures? I’ve seen the spreads with the IG surveys and I’m curious to know more. What is a "Brexit Picture"? Ha ha. Good question. I was following the idea of the idealised English landscape and the way it is undermined by its own reality. I see it every day in the allotments that are near my home (that’s where the Theresa May scarecrow comes from), in the fenced off, divided, deforested hills I walk in most days.

The images in the body of the publication are landscape-based and touch on those ideas of our fantasy British lives, a compromised land and the death, waste, and lack of vision that accompanies it. In the pictures, there are rows of hollyhocks and poppies, there is a gibbet of moles (poisoned and hung on a fence on display), the fringes of a grouse moor, a path that disappears into the English Channel and startled sheep (the field full of sheep will become a rarity in future years. That’s a shame. I like sheep). So that layering of an idealised fantasy idea of Britain mixed with a sardonic reality is what makes a Brexit picture.

The IG vote pictures are a nod to the whole Brexit procedure; it’s a procedure filled with false promises, false turns, random votes, complete drama, and a certain amnesia. The IG vote pictures mirror that; the votes have no integrity, are not transparent, and nobody really knows what they were voting for anyway. And as with Brexit, the powers that be (me and Megan) could just ignore the votes if we wanted. And we wanted.

There’s also humour in there, a strangeness of custom in there, a sense of resistance, a hint of violence and a touch of insanity. They all go together. That’s what it means to be British. Being British is not entirely good, it’s not entirely bad, it’s rather short-sighted, it’s a little bit traumatised, a little bit bruised, and it’s ridden by multiple neuroses that it is in denial about. We should see a therapist but, alas, that’s a bit too non-British for us, so we’ll stiffen our lips and make do.

You’re also a writer yet there isn't much text in the book. Why? Brexit is not something that is easy to write about. It’s not something based on reason, logic, or benefits, it’s a shape-shifting emotional event that is based on English exceptionalism, victimhood, and political failures. I get a little bit mad when I write about it.

The pictures fit into the Brexit framework better than words could ever do. They preserve the neurotic ambiguities of it all without the destructive anger. They are also strangely funny in a dark way. There’s a pleasure in looking at them, and there was a pleasure in the making of them. I really enjoyed the process of making, marketing and selling the publication with the designer. It was great fun and was a kind of vaccination against Brexit for a couple of months. Words wouldn’t have been so much fun or create such a looseness of associations that create their own parallel universe.

What does Brexit mean to you? My mother’s German, my father is English, my wife’s parents were Yugoslav refugees till they were admitted to Canada in 1947 so I have a sympathy and understanding for the mixing and diversity that European integration has helped. I see it in my family, my friends, in my neighbourhood, in my work.

Brexit shuts that down. On a very selfish level it stops me, my wife, my daughter, from being able to live, work, study, and travel freely and with ease in 27 countries.

As an artist and writer, but also as an individual in your everyday life, how will Brexit change your life? For sure it will change my life. I sent out copies of Brexit Pictures before Christmas deliberately to avoid the complications Brexit would bring. The day after I sent my final copies, post to Europe was stopped due to the new Covid variant, but with an undercurrent of Brexit. Those problems are now compounded with new regulations on sending packages overseas or receiving them from overseas. We are becoming a real island again with all of the insularity that suggests.  

In terms of living or working or travelling in Europe, in terms of the overseas students I teach, things have suddenly become more complicated. The death in the UK of the Erasmus programme has already had a major effect and I know people who won’t be studying in the UK because of Brexit. People I know have moved away from the UK, because of the latent hostility revealed by Brexit among other things. It’s a slow burn though and the complications will develop as the years progress.

At the same time, I’ve started the year with new work in Italy and Belgium so that makes me happy. If we are lucky and open and generous, let’s hope the impact is not as great as my worst fears has me imagine.

And how, in your opinion, will it change the lives of people who may not even be aware of it? In the UK, there will be major problems, costs, and bureaucracies for Europeans who are settled here already. It is already incredibly disruptive, especially for more marginalised European citizens.

For Britons, living and working in Europe will become increasingly more difficult (we are seeing this already with Britons sent back from Spain and the Netherlands for not having the correct paperwork). Travel will be restricted in small but significant ways. Food imports and exports will be affected (this is already happening with deliveries to Northern Ireland and further afield sent back due to incorrect documentation), UK farming will be hugely affected in multiple ways we don’t know of yet, and the flipside of all this is the deregulation that is in the pipelines. That’s when the employment, environment and healthcare issues start kicking in. It’s a few years down the line, but it’s coming.

What is the thing that scares you the most about Brexit? That deregulation is what is really scary. The EU has never been perfect but being in, rather than out, expanded our world and the flaws of our current leaders far outweigh the flaws of the EU. We are essentially a Conservative-voting nation (I’ve never voted for them mind and never would) which is happy to elect leaders who would sell your grandmother for a nice plate of beef wellington. A few weeks ago the prime-minister  promised that following the deal, “the UK won’t immediately send children up chimneys or pour raw sewage all over its beaches”. The “immediately” is the killer there.

The idea behind Brexit is that we can regain our sovereignty and all fly spitfires again. Unfortunately, above and beyond this imaginary reliving of the Battle of Britain, neoliberal Conservatism will kick in, and there will be a money grab with a selling of sovereignty in terms of the regulation of food, employment, environment, housing, energy, healthcare.

I fear for us becoming a poundshop America – we’re halfway there already - imagine the invasion of Congress but with English people with worse teeth and skin – it’s an even less pretty sight. And with that fear comes a fear of the mentality that will accompany that state – a nation so backward, inward-looking, and stupid that we begin to circle in on our own mythologies to become a nation of nationalist troglodytes. It will be MEGA in action – Make England Great Again (Scotland, and possibly Wales and Northern Ireland will leave). Which means, and this is my greatest fear. we’ll never have a non-Conservative government again. Airstrip One here we come.

What did it mean to you to be part of Europe? And what about now? We’re a little island now. Before it felt kind of grown up to be part of Europe. I could fantasise about moving somewhere hot with great food (which is dumb romanticisation for starters). I could go to festivals like Gazebook Sicily, or Paris Photo, and be part of it as a European.

I could see the diversity of people who had come to Britain and enriched it in multiple ways. They made it a better, more open-minded, more dynamic place. Food, culture, language, customs adapted and changed very visibly. There was an openness in the arts, in music, in photography, in fashion and a certain humbleness in recognising that other places did things far better than we did, that you could learn from them. With Brexit that sense of belonging is very quickly disappearing, that sense of shared histories and values is also disappearing. Already musicians, actors, artists,  and students are finding barriers to working in Europe. You can feel that separation settling in, and with it comes a nationalist stupidity.



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Carlo Rivetti, come può ripartire il menswear dopo un anno come il 2020? Mantenendo la coerenza del proprio prodotto e cercando di essere il più agili e liquidi possibile.  Essere pronti a rivedere le cose dando le priorità giuste. A febbraio 2020 abbiamo adeguato preventivamente i volumi di produzione della collezione invernale, per poter garantire comunque qualità, consegne e non rischiare di inflazionare il mercato. Ci siamo detti, meglio pentirsi che ritrovarci con troppa merce. Ci siamo pentiti, ma ne siamo consapevolmente felici. La forza del marchio ha consentito sia a noi che ai nostri clienti di avere risultati molto positivi. La campagna vendita dell’estivo 2021 ha dato segnali confortanti, addirittura di crescita rispetto al contro stagione.

Com’è cambiato il vostro modo di lavorare e progettare? Ci sono nuovi strumenti che non pensavate di utilizzare e ora sono parte del vostro quotidiano? È cambiato tanto, a causa del lockdown abbiamo dovuto adattare processi e priorità. È stata necessaria un’accelerazione del digitale, che abbiamo sfruttato al meglio per gestire le attività che lo consentono a distanza. Sia gli scatti di campagna, dove eravamo collegati da remoto con i nostri creativi a Londra, sia per il sell-in, con la creazione dello showroom digitale, dove gli appuntamenti venivano comunque gestiti con Zoom, per avere sempre una faccia nota dell’azienda con i buyer. Ma abbiamo anche lavorato sulla struttura della collezione della PE ‘21, riducendo l’offerta del 20 per cento per dare ai nostri clienti una lettura chiara della collezione e per essere sicuri di uscire nei tempi giusti. Lo showroom digitale rimarrà anche per la prossima stagione e probabilmente per quelle a venire perché il mondo fisico e quello digitale sono sempre più legati e complementari.

Carlo Rivetti
Carlo Rivetti

Cosa pensa tornerà come prima nel vostro business e cosa invece non sarà mai più lo stesso? Sarà diverso ma simile, con più sfaccettature, con pesi e misure diversi in base ai singoli momenti di vita delle persone, con la consapevolezza che si può e si deve reagire in velocità. Credo che l’agilità del digitale rimarrà, spero che sia presto una scelta e non una opzione dovuta a una condizione di emergenza. E quando torneremo alla normalità si creerà il giusto equilibrio fra le cose.

Cosa salverebbe di questi 12 mesi? L’esperienza fatta, la capacità di reagire a una tale situazione. L’apertura mentale nell’adottare nuovi processi e modalità di lavoro per continuare a progettare e ad andare avanti. Ho avuto conferma di quanto la mia azienda sia resiliente e flessibile. E di questo vado molto fiero.



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Mauro Gianfrate, come può ripartire il menswear dopo un anno come il 2020? Ci auguriamo che si possa presto tornare a una nuova normalità. Dal punto di vista politico credo che il menswear, così come altri settori e segmenti, possa riprendersi solo con un cambio di politiche economico-finanziarie con fondi dedicati alla ripartenza e ai piccoli, nuovi progetti, con una liquidità pronta e veloce. Penso anche che le banche debbano essere al servizio di tutte le imprese e non solo di chi può già permetterselo. L’azienda che guido, che è di piccole-medie dimensioni, fa parte di un tessuto sociale molto importante che non va dimenticato né trascurato perché l’Italia è fatta principalmente di realtà come la nostra, di artigiani, di realtà specializzate che sono la forza e il vanto del Paese. Dal punto di vista della filiera, credo possa ripartire solo facendo sistema. Penso che il ruolo delle fiere debba essere totalmente rivisto. Non credo che si tornerà presto a vivere le fiere come si faceva prima, anzi credo che proprio nulla tornerà come prima. Ritengo piuttosto che ciò che è successo stia solo accelerando qualcosa che sarebbe stato inevitabile, forse con tempi fin troppo lunghi. Credo che le fiere debbano mettersi al servizio delle aziende, come creatori di appuntamenti, incontri e scambio. Debbano fare networking. Certo, lo facevano già, ma one to one. A mio avviso, invece, ogni fiera dovrebbe sfruttare la sua potenza comunicativa, il suo conoscere buyer e negozi e metterli al servizio di tutti come un’agenzia di booking agevolando l’incontro tra realtà affini. Tutto questo, magari, in un’unica città e in un lasso di tempo più lungo dei canonici tre giorni.

Com’è cambiato il vostro modo di lavorare e progettare? Ci sono nuovi strumenti che non pensavate di utilizzare e ora sono parte del vostro quotidiano? Cosa pensa tornerà come prima nel vostro business e cosa invece non sarà mai più lo stesso? Il nostro modo di progettare non è poi cambiato così tanto, da sempre facciamo molta ricerca e siamo proiettati verso il futuro e l’“oltre”. Abbiamo uno stile, un’anima, un imprinting davvero molto forti che vanno oltre i cicli stagionali della moda. I nostri capi sono timeless nello stile, nei materiali, nella fattura. Anche i colori, oserei dire, sono al di sopra delle tendenze quindi questo nostro modo di pensare e progettare non è stato stravolto. Il nostro modo di lavorare e vendere è invece inevitabilmente cambiato. Abbiamo visto un’impennata, giocoforza, del virtuale per poter raggiungere clienti, fornitori, consumatori finali. Per questo ci siamo mossi fin da subito per avere un virtual showroom gestito direttamente da noi che ci permetta di essere più flessibili, agili, tempestivi e capillari anche se manterremo sempre le tempistiche di presentazione canonica delle collezioni con una pre a novembre per l’Asia. Questo naturalmente ci permette di continuare a mantenere i rapporti e il contatto con le persone. Già il mondo stava andando in questa direzione, abbiamo solo avuto un’accelerazione inaspettata. La digitalizzazione è e sarà sempre più protagonista, ma certamente il contatto, il faccia a faccia, uno scambio di sguardi, il toccare con mano un capo sono insostituibili. Anche perché la moda è emozione, una scintilla che scatta tra te e il capo che hai davanti.

Cosa salverebbe di questi 12 mesi? Di questi mesi non salverei proprio nulla se non la componente umana di chi come me e i miei collaboratori in azienda si è rimboccato le maniche per affrontare e gestire questo momento.



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Gli stivali bianchi sono la mania del 2021, ecco come indossarli secondo Chiara Ferragni e le altre It-girl

Sono bianchi, alti fin sotto il polpaccio e con maxi suola carrarmato in gomma: gli stivali più instagrammati (e desiderati) del momento si chiamano Perni 07 e sono firmati Gia Couture. Il modello, però, come suggerisce il nome, è frutto dell'ultima collaborazione del marchio fiorentino con Pernille Teisbaek. La stylist danese, infatti, ha firmato una capsule strepitosa di sandali e boots che hanno letteralmente fatto impazzire le It-girl di tutto il mondo.

Tra queste non poteva certo mancare Chiara Ferragni, tra le prime a sfoggiare i celebri stivali bianchi e a dare inizio a quella che ora sembra essere diventata una vera ossessione. Non a caso, il modello in questione ha registrato il sold-out proprio pochi giorni dopo la foto pubblicata sul profilo Instagram dell'influencer da oltre 22 milioni di follower. Il look immortalato? Impeccabile. Chiara Ferragni agli stivali ha abbinato una minigonna di Zara, un maglione di lana Loewe e l'iconica borsa di Chanel a forma di cuore.

Dopo di lei, in tantissime hanno realizzato look strepitosi - ma facili da copiare -, dove l'attenzione è sempre catalizzata dallo stivale bianco, un accessorio d'impatto che non passa certo inosservato. Tra i nostri outfit preferiti ci sono naturalmente quelli di Pernille Teisbaek, che non ha perso occasione per sfoggiare il suo modello best seller, ma anche quelli della blogger spagnola Alexandra Pereira o della newyorkese Bridget Bahl. Li trovate tutti qui, a buon intenditor…

Chiara Ferragni © Instagram
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Pernille Teisbaek © Instagram
Pernille Teisbaek © Instagram
Alexandra Pereira © Instagram
Alexandra Pereira © Instagram
Selin Yağcıoğlu © Instagram
Selin Yağcıoğlu © Instagram
Pernille Teisbaek © Instagram
Pernille Teisbaek © Instagram
Valentina Ferragni © Instagram
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Monroe Steele © Instagram
Monroe Steele © Instagram
Janice Joostema © Instagram
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Bridget Bahl © Instagram
Bridget Bahl © Instagram
Pernille Teisbaek © Instagram
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Ellie Delphine © Instagram
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Benedetto De Petrillo, come può ripartire il menswear dopo un anno come il 2020? Semplicemente, quando avremo la possibilità di ritornare ad avere una maggiore libertà sociale, il consumatore tornerà a soddisfare le sue esigenze voluttuarie con uno spirito più consapevole.

Com’è cambiato il vostro modo di lavorare e progettare? Ci sono nuovi strumenti che non pensavate di utilizzare e ora sono parte del vostro quotidiano? Il metodo è rimasto lo stesso, se non per il modo di progettare la collezione, nella quale ho cercato di imprimere sempre con più decisione il mio stile eliminando le influenze del mercato, ma rispettando di più il mio pensiero. Abbiamo anticipato il progetto online sul quale cercheremo di esprimere la nostra mission, anche se penso che per i prodotti di qualità come i nostri la digitalizzazione non aiuti e pertanto credo in un ritorno al futuro degli store intesi come boutique.

Cosa pensa tornerà come prima nel vostro business e cosa invece non sarà mai più lo stesso?Bisognerà avere pazienza e scommettere sul concetto di Bellezza. Nel senso lato della parola, è la scintilla che provoca l’emozione e quindi la risposta del mercato. La titubanza dovrà scomparire dal mio vocabolario e dal mio pensiero, avrò sempre più rispetto del mio lavoro.

Cosa salverebbe di questi 12 mesi? Mi auguro di poter conservare il ricordo della riflessione che abbiamo fatto tutti noi sull’essere semplicemente degli ospiti del posto dove siamo: il nostro straordinario pianeta, la Terra.



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